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Propagazione del carciofo

La propagazione del carciofo può avvenire in due modi: per via sessuata, cioè con la riproduzione da seme, o per via vegetativa sfruttando la sua naturale predisposizione ad emettere nuove piante dalle gemme del rizoma.

La riproduzione da seme (quindi sessuata), pur essendo tecnicamente fattibile, non ha alcun interesse per le cultivar italiane, poiché, a causa del forte grado di eterozigosi delle nostre varietà, le piante nate da seme avrebbero caratteri del tutto diversi ed eterogenei rispetto allo standard varietale.

Carciofi coltivati in Sicilia

Il Carciofo coltivato in Sicilia ha proprietà organolettiche e salutistiche che lo rendono un prodotto sano, leggero e genuino

La propagazione vegetativa tradizionale segue metodi diversi secondo il tipo di ciclo colturale, ma si può riassumere in due tipi: la propagazione per ovoli e quella per carducci.

Gli ovoli sono porzioni di rizoma ingrossate provviste di una o più gemme. Per attuare la propagazione per ovoli si asportano i rizomi dalle vecchie carciofaie all'inizio dell'estate.

Da questi vengono separati gli ovoli, messi a pregermogliare per uno o due giorni e poi piantati in un periodo che va dalla seconda metà di giugno fino agli inizi di agosto.

L'epoca di "semina" è correlata all'epoca del raccolto del primo taglio.

I carducci sono i polloni basali emessi dal rizoma delle piante di oltre un anno d'età nelle prime fasi vegetative. Fra le operazioni colturali che si praticano durante la fase vegetativa è prevista la scarducciatura, cioè lo sfoltimento della coltura con l'eliminazione dei polloni poiché tengono lontane le risorse nutritive dalla pianta con conseguente riduzione della resa qualitativa della produzione.

I polloni asportati possono essere piantati in autunno per preparare una carciofaia poliennale che darà la prima produzione al secondo anno d'impianto.

Le colture ottenute da ovoli iniziano il loro ciclo in piena estate e producono capolini già nell'autunno successivo o nella primavera successiva. Questa tecnica di propagazione è dunque utilizzata per le varietà autunnali o rifiorenti in coltura forzata.

Le colture ottenute da carducci, invece, iniziano il loro ciclo in autunno inoltrato e dal momento che la pianta non riesce ad acquisire una sufficiente vigoria, l'impianto è finalizzato a dare la prima produzione al secondo. Questa tecnica si adotta quindi per le varietà primaverili in coltura non forzata.

La propagazione vegetativa trasmette il genotipo delle piante madri alle piante propagate, permettendo il mantenimento dello standard varietale, di contro ha lo svantaggio di trasmettere anche le virosi accumulate, principale causa di riduzione della longevità di una carciofaia. Per ridurre questo rischio e migliorare lo stato fitosanitario delle colture, si possono preferire piante ottenute da micropropagazione.

Questa tecnica consiste in una moltiplicazione in vitro con l'asportazione dei meristemi apicali dagli apici vegetativi delle piante. I meristemi prelevati, detti espianti, essendo composti da cellule embrionali possono rigenerare un'intera pianta se trattati nel modo adatto (coltivazione in vitro su substrati nutritivi in cella climatica).

La micropropagazione si basa sul principio per cui, le cellule vegetali embrionali, essendo in fase di moltiplicazione, non sono infettate dai virus, per cui le piante micropropagate sono risanate.

In realtà la sicurezza del risanamento dipende dall'età delle cellule prelevate: le cellule realmente sane sono quelle del cono vegetativo, che rappresentano una porzione minima del meristema apicale, mentre all'aumentare della distanza dall'apice meristematico aumenta la probabilità che la cellula sia infettata dai virus. Con espianti di dimensioni ridotte aumenta la percentuale di risanamento delle piante micropropagate, ma, di contro, si riduce la percentuale di attecchimento.

Un considerevole compromesso si raggiunge prelevando espianti di dimensioni di mezzo millimetro.

Le colture ottenute da piante micropropagate presentano, almeno nei primi anni, un migliore stato fitosanitario che si manifesta con una maggiore vigoria e, di conseguenza, una più elevata produttività.

La micropropagazione presenta per contro degli svantaggi:

Le colture micropropagate sono più suscettibili alle condizioni ambientali e climatiche, dunque il mantenimento dello stato fitosanitario richiede cure colturali più attente.

La micropropagazione è una tecnica costosa in quanto la prima fase richiede l'impiego di attrezzature di laboratorio e tecnici altamente specializzati. Il materiale micropropagato, dunque, è molto più costoso di quello abitualmente usato, che in sostanza è materiale di scarto il cui costo è essenzialmente legato alla manodopera richiesta per il prelievo.

Le piante micropropagate danno produzioni qualitativamente differenti da quelle micropropagate quando allo standard varietale contribuisce anche la base genetica dei virus latenti integrati nel DNA dell'ospite. Questo fenomeno è stato riscontrato nello Spinoso sardo che, con la micropropagazione, perde in modo rilevante parte delle proprietà organolettiche.

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